I beni culturali tra riti, antropologia e tradizioni popolari. Alcune definizioni .
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E non potevo che scegliere come foto introduttiva lo splendido “Ramo d’Oro” di Joseph Mallord William Turner (1834) per introdurvi l’argomento di oggi...
La parola antropologia é un termine di origine greca, composto dalle parole ἄνθρωπος (ànthropos) cioé “uomo” e λόγος (lògos) ovvero “discorso, dottrina”. Quindi, letteralmente, per etimologia , l’antropologia si concentra sullo “studio dell'uomo” . In pratica , indaga sui comportamenti umani all'interno della società a cui appartiene. Nata inizialmente come branca della biologia, acquistò ben presto un importante valore umanistico. A questo proposito, oggi , vorrei parlarvi brevemente di un importante sottoinsieme della cultura: i beni demoetnoantropologici. Cosa indichiamo con questa parola apparentemente complessa? La cultura, e dunque i beni culturali, come sappiamo , é composta dai prodotti materiali ( beni mobili ed immobili, architetture, dipinti, sculture, gioielli, abiti, volumi , testi scritti o illustrati etc.) e immateriali ( feste, riti, credenze,canti, detti, proverbi, cerimonie etc.) che ogni società o gruppo umano produce e riconosce come propri, identificandosi in essi, catalogandoli, studiandoli come patrimonio proprio, certificandone l’indubbio valore storico , artistico, archeologico. I beni culturali sono stati definitivamente descritti e catalogati in questo modo nel decreto legislativo del 22 gennaio 2004, n. 42 , ovvero nel Codice dei beni culturali e del paesaggio ( intendendo con beni del paesaggio, tutte le cose immobili di indubbia e certificata bellezza naturale , singolarità geologica o panoramica e poi ville, giardini e parchi di interesse storico, artistico, paesaggistico o archeologico e tutti i complessi di cose immobili dal valore estetico e tradizionale).
Perché oggi vi sto parlando di questi argomenti un po’ più tecnici? Solo per introdurvi un ambito molto importante della nostra cultura che ha che fare proprio con il suo lato immateriale, demoetnoantrologico. Sto parlando di tutti quei riti, quelle credenze , quelle filastrocche , usi, cerimonie, danze, canti e storie che di generazione in generazione ci tramandiamo, osservandone scrupolosamente , seppur con i dovuti perfezionamenti, temporali le dinamiche antiche di secoli. Ovviamente , come ci fa notare l’antropologo francese Daniel Fabre, non tutto ciò che osserviamo e che magari ci può risultare singolare di un popolo é catalogabile tra i riti e le tradizioni. Spesso si cade in questo errore , fuorviati dalle definizioni poco esatte che nel quotidiano stampa e mass media donano erroneamente ad eventi odierni. Facciamo chiarezza: quando parliamo di rito ci riferiamo a qualcosa che nel corso del tempo è stato ordinato e gerarchizzato dalla stessa società in cui esso si riconosce. Il rito ha dunque fortissima identità sociale , legato all’oralità , al mito , controllato da un potere centrale ( laico e/o religioso). A questo proposito, il celebre antropologo francese Arnold Van Gennep , ci parla ad esempio dei “riti di passaggio” consistenti in prove da superare per decretare il passaggio dell’individuo da una fase della sua vita ad un altra. Pensiamo non solo alle antiche iniziazioni ( composte da prove ardue da dover affrontare come quelle a cui sono sottoposti i giovani tra gli 8 e i 15 anni della cultura ndembu dello Zambia , che, raggruppati in “classi” venivano condotti nella foresta e indotti a metter alla prova se stessi in vario modo al fine di accedere al diritto dell’età adulta ) ma anche in modo molto più spicciolo al battesimo o alle nozze , cerimonie che nel corso del tempo si sono modificate, trasformate e perfezionate. Ecco, stando al parere dello studioso Robert Hertz, tramite il rito , che gli si “offre come una danza” , la società prende coscienza di sé , arrivando a codificarne il significato primario, cogliendone così la indubbia dimensione storica , attraverso il tempo , le generazioni e le inevitabili trasformazioni. Si arriva dunque al concetto di tradizione , ben spiegato secoli addietro dall’impulso filosofico dei sofisti , e, ad Atene , da Socrate che tal notizia prende maggior corpo. Tradizione deriva dalla parola latina “tràdere”, cioè “rimettere”, “trasmettere” (oralmente o con la scrittura) secondo dinamiche particolari di passaggio , ben note anche nel mondo romano e poi cristiano nell’ottica di comunicazione delle verità del dogma e della catechesi. Le tradizioni popolari, nella loro forma rituale, ordinano il tempo cosmico e quello dell’uomo. Possono essere profane ( nel senso che riguardano la vita di tutti i giorni , anche lavorativa ( la trasmissione di padre in figlio di un mestiere) , codificata e regolata da gesti o passaggi significativi che riguardano il passaggio ad esempio dall’infanzia alla gioventù anche, ad esempio oggi, con il semplice cambio di scuola) e religiose. Queste ultime sono state codificate dai teologi della Santa Sede che hanno provveduto a redigere regole e rituali che soprintendevano non solo l’esistenza umana, dal suo inizio alla fine ma soprattutto festività (come la Pasqua o la Quaresima ) ma anche la dinamica di ingraziarsi buoni raccolti o rendere amene altre attività come la pesca, l’allevamento che in questo modo si speravano esser fortunate , attraverso riti, processioni e suppliche, invocando particolari santi a seconda dei pericoli delle stagioni o delle situazioni che la vita poneva nel quotidiano.
Bibliografia:
A. Van Gennep , I riti di passaggio, Torino, Bollati Boringhieri 2002
AA.VV., Commentario al codice dei beni culturali e del paesaggio, a cura di A. Angiuli e V. Caputi Jambrenghi, Giappichelli, 2005
D.Fabre, Il rito e le sue ragioni, in Oltre il folklore. Tradizioni popolari e antropologia nella società contemporanea, a cura di P. Clemente, F. Mugnaini, pp. 111 - 120, Carocci, 2002
G. L. Tucci, R. Bravo, I beni demoetnoantropologici, Carocci, 2006
J.Cuisnier, Manuale di tradizioni popolari, Maltemi, 2001



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