LE BABURECENSIONI: Niente Scuse. La violenza di genere riguarda anche te di Rossella Ghigi
Con Niente scuse. La violenza di genere riguarda anche te, Rossella Ghigi firma per Il Mulino (2025) un saggio fondamentale. L’opera scardina una delle illusioni più radicate della nostra società: che la violenza di genere sia un fatto privato, che non ci appartenga e che riguardi “certe persone”, “certi ambienti”, “certe storie”.
Chi legge non si limita ad apprendere nozioni: è invitato ad aprire la mente, a mettere in discussione convinzioni sedimentate e a riconoscere che la violenza non nasce dal nulla. È figlia di un’educazione, di una cultura, di un linguaggio che per secoli hanno naturalizzato la disuguaglianza e la sopraffazione.
Ghigi, docente di Sociologia della famiglia e delle differenze di genere all’Università di Bologna, costruisce un percorso lucido e appassionato che intreccia analisi, testimonianze e dati. La sua voce è rigorosa ma non accademica, accessibile ma mai semplicistica. Sa toccare il lettore senza ricattarlo emotivamente, perché parte da un presupposto netto: dire “basta” non basta. Prevenire la violenza è possibile, fermarla è un dovere, farlo insieme è indispensabile.
Tra le pagine, l’autrice ci conduce dal massacro del Circeo del 1975 fino ai casi più recenti, come quello di Giulia Cecchettin, attraversando episodi che hanno segnato la coscienza collettiva e altri che la storia ha quasi dimenticato. Come la vicenda di Jolanda Kaldras, bambina rom di dodici anni stuprata nel 1955 dal giornalista Gualtiero Jacopetti e dall’industriale Luigi Buzzetti. Ingannata e indicata vergognosamente dai rotocalchi dell’epoca come “la zingarella”, subì un abuso che Jacopetti, incarcerato non per reato contro la persona ma contro la morale, tentò di sanare con un matrimonio riparatore che la vittima rifiutò.
Nel ricostruire la storia della violenza di genere, Ghigi smonta con precisione falsi miti e credenze, a partire dal linguaggio – soprattutto quello mediatico – che ancora oggi definisce gli assassini “ex fidanzati” o “ex mariti”, rinnovando così l’offesa alla vittima. Le parole, ricorda l’autrice, sono strumenti importanti: creano realtà, legittimano o negano l’esistenza di un problema...che c’è sempre stato ma che non si chiamava così.
A questo proposito, la docente racconta di un anziano signore che, dopo una sua conferenza, le disse:“Queste cose, ai miei tempi, non accadevano.” Un momento di quotidiana verità amara, che rimanda a tante voci simili – anche familiari – incapaci di riconoscere la violenza perché immerse nella propria acqua, come pesci che non vedono il mare in cui nuotano.
Da sociologa, l'autrice mette ordine nelle radici di questa cecità e nell’educazione differenziata: bambini educati al controllo, alla forza, al potere; bambine alla docilità, alla cura, all’obbedienza. E come queste asimmetrie si rafforzano nei luoghi stessi della formazione, dove le figure educative sono quasi esclusivamente femminili e l’idea di maschilità resta legata alla distanza, all’autorità. Come patriarcato comanda.
Il suo sguardo è più ampio. Non si limita a denunciare, ma allarga il campo ad altre dimensioni come quella economica (è difficile lasciare il proprio compagno se non si hanno le risorse per farlo) e intersezionale, dove razza, classe e provenienza incidono sulla possibilità stessa di protezione e denuncia. Le donne migranti, ricorda l’autrice, portano con sé un doppio fardello: quello delle barriere linguistiche e quello di un patriarcato moltiplicato, spesso più invisibile perché non riconosciuto.
Il libro non è solo denuncia: è anche uno specchio che ci obbliga a guardare il contemporaneo, quello rappresentato nei media, nella musica, nel cinema, non causa del fenomeno ma specchio dello stesso. Ed ecco i riferimenti a “Twilight”, “After” o “Cinquanta sfumature di grigio”, analizzati come sintomi di una cultura che celebra la dipendenza e il tormento come forme di passione autentica. Rapporti tossici travestiti da destino romantico, che intere generazioni di adolescenti imparano a sognare.
Da bibliotecaria, mi colpisce quanto questo messaggio sia oggi vivo tra le lettrici più giovani: ragazze che cercano storie “romance”, in cui la sofferenza e i rapporti disfunzionali diventano conferma d’amore. Un circolo allucinato, con la stessa ridondanza del bisogno della droga per un drogato. Spesso ci chiediamo perché le donne vittime di violenza non denuncino, perdonino o tornino da chi le fa del male.
Il libro dedica pagine potenti al cosiddetto “ciclo della violenza”: dalla tensione alla tempesta, fino alla “luna di miele” del finto pentimento del carnefice. Un teatrino studiato per mantenere alto a livello psico-chimico il desiderio adrenalinico che il lasciare e riprendere provocano nella vittima, aumentando la dipendenza. L'autrice ne parla a lungo, e nel farlo restituisce dignità alle donne che hanno taciuto, resistito, sopravvissuto — o non ce l’hanno fatta.
La forza di questo saggio sta nell’umanità che lo attraversa. Dietro i numeri ci sono volti, silenzi, respiri. C’è il coraggio di guardare in faccia anche la parte maschile del problema: il patriarcato non danneggia solo le donne, ma anche gli uomini, educati a negare la fragilità, a trasformare la paura in dominio, la vulnerabilità in violenza. Emblematico è il fenomeno online degli Incel, i “celibi involontari” che trasformano la frustrazione affettiva in odio di genere.
In chiusura, la metafora delle chiavi — tratto distintivo del saggio — restituisce la potenza simbolica di tutta la narrazione:
“Si tratta di fare rumore, non di restare più in silenzio. Di agitare rumorosamente tanti mazzi di chiavi, perché l’assassino ha spesso quelle di casa. Perché sono quelle che le ragazze stringono in pugno tornando a casa la sera. Perché Barbablù non debba più usarle come arma del suo tremendo ricatto.”
Barbablù, personaggio crudele di una fiaba, diventa filo conduttore tra le sezioni del libro — Dire, fare, baciare, lettera o testamento — a evocare un gioco infantile che già conteneva il germe della coercizione, del “fare qualcosa contro la propria volontà”.
“Niente scuse” è un libro che fa giustizia. Non perché chiuda le ferite, ma perché le nomina. Un testo che chiede di essere letto da tutti — uomini e donne, genitori, insegnanti, ragazzi e ragazze — come atto di responsabilità e consapevolezza. Un libro che ricorda che la violenza di genere riguarda tutti noi.
Sinossi:
Dire basta non basta. Prevenire la violenza di genere è possibile, fermarla è un dovere, farlo insieme è necessario. «Io non lo farei mai.» «A me non può succedere.» Quante volte lo abbiamo sentito dire a proposito della violenza di genere? Eppure, solo in Italia, ogni tre giorni una donna viene uccisa, spesso da un uomo con cui aveva o aveva avuto una relazione intima. E ogni giorno ci sono migliaia di donne che subiscono abusi fisici, sessuali, psicologici dal partner. Potremmo pensare che tutto questo non ci riguardi, al più chiederci perché lei non lo lasci, o sentenziare che lui è semplicemente «un mostro». Ma chiamarci fuori dal problema è un’illusione. Le parole che usiamo, le diverse attese che abbiamo nei confronti degli uomini e delle donne, il nostro modo di narrare – e persino cantare – l’amore, tutto alimenta il terreno in cui può fiorire la violenza. Famiglie, scuola, politiche, leggi, media, istituzioni possono fare tanto: in altri paesi l’hanno già fatto. A partire da testimonianze di donne che hanno subìto violenza, di chi ha assistito e di chi cerca di reagire, questo libro spiega perché la violenza di genere non è un fatto privato, ma un problema di tutti. E tutti possiamo essere parte della soluzione.
L'autore:
Rossella Ghigi insegna Sociologia della famiglia e delle differenze di genere nell’Università di Bologna. Con il Mulino ha pubblicato «Per piacere. Storia culturale della chirurgia estetica» (2008), «Corpo, genere e società» (con R. Sassatelli, 2018), «Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta» (2023, II ed.).
Dettagli:
Editore: Il Mulino
Anno:2025
Collana:"Contemporanea"
Pagine: pp. 232
Formato: Brossura,
ISBN: 978-88-15-39401-9




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