Le baburecensioni:Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel Medioevo di Giuseppe Albertoni
Nel panorama degli studi medievali contemporanei, pochi libri riescono a coniugare rigore storiografico, profondità antropologica e chiarezza divulgativa come Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel Medioevo. Pubblicato nel 2026 da Il Mulino, il volume di Giuseppe Albertoni si presenta come un’opera di straordinaria importanza culturale, capace di illuminare una delle questioni più delicate e attuali della nostra epoca: la costruzione storica dell’alterità e le radici profonde dell’intolleranza razziale. Albertoni, professore ordinario di Storia medievale presso l’Università di Trento, è uno dei maggiori specialisti italiani dell’alto Medioevo. I suoi studi si concentrano sulle società carolinge, sulle culture politiche europee tra VIII e XI secolo e sui rapporti tra identità, potere e rappresentazione culturale. Questa solida formazione emerge con chiarezza in un saggio che unisce competenza accademica e rara capacità narrativa. Il libro prende avvio da un’immagine potente e quasi cinematografica: la statua di san Maurizio custodita nella cattedrale di Magdeburgo, posta a protezione della tomba dell’imperatore Ottone I. La figura scolpita nel Duecento sorprende ancora oggi: il santo è rappresentato con tratti africani subsahariani, pelle scura, labbra marcate e occhi profondi. Non un’immagine allegorica, ma un volto umano, realistico, quasi vivo. Ed è proprio da questo volto che Albertoni costruisce una riflessione affascinante sulla percezione dell’“altro” nel Medioevo europeo. L’opera si sviluppa come un viaggio attraverso testi biblici, cronache medievali, tradizioni classiche, simbolismi religiosi e costruzioni linguistiche. Uno degli aspetti più interessanti del saggio è infatti l’attenzione all’etimologia e alla forza delle parole. L’autore mostra come termini quali “etiope”, derivato dal greco αἴθω ("aitho" ovvero “bruciare”) e ὤψ ("ops" cioè “volto”), non fossero semplici descrizioni etniche, ma categorie culturali dense di significati simbolici, religiosi e morali. Il Medioevo, dunque, non percepiva la diversità secondo le moderne categorie biologiche della razza, ma attraverso una complessa rete di immagini, paure, fascinazioni e interpretazioni spirituali. In questo senso, il libro riesce a chiarire con grande lucidità un punto fondamentale: il razzismo medievale non coincide ancora con il razzismo scientifico moderno nato nei secoli coloniali, ma costituisce comunque uno dei terreni culturali nei quali maturano stereotipi, diffidenze e processi di esclusione. Albertoni evita semplificazioni ideologiche e affronta il tema con equilibrio storiografico, distinguendo il pregiudizio religioso ed etnico medievale dalle successive teorie suprematiste moderne. È proprio questa precisione concettuale a rendere il volume particolarmente prezioso. La scrittura colpisce per la sua limpidezza. Pur affrontando questioni complesse — dalla tradizione biblica di Cam e Cush fino alle interpretazioni patristiche del colore nero come simbolo del peccato — il linguaggio rimane sempre chiaro, elegante e scorrevole. Albertoni possiede la rara capacità di trasformare la ricerca storica in racconto vivo, mantenendo il rigore delle fonti senza mai appesantire la lettura. Il risultato è un saggio accessibile anche ai non specialisti, ma capace al tempo stesso di soddisfare il lettore accademico. Particolarmente efficace è l’analisi dell’ambivalenza medievale nei confronti degli africani: da una parte il nero associato al demonio, al peccato e all’ignoto; dall’altra la figura luminosa di san Maurizio, santo guerriero e protettore dell’Impero cristiano. In questa tensione tra fascinazione e paura, tra inclusione ed esclusione, Albertoni individua le radici profonde di molte dinamiche culturali che ancora attraversano il presente. Il libro demolisce inoltre l’immagine stereotipata di un Medioevo monoliticamente oscuro e chiuso. Emergono invece una società mobile, attraversata da incontri, scambi, conflitti e continue ridefinizioni dell’identità. Le crociate, i commerci mediterranei, il mito del prete Gianni, i contatti con il regno cristiano d’Etiopia: tutto contribuisce a costruire un mosaico sorprendentemente complesso della percezione europea dell’Africa e degli africani. Ma il cuore più profondo dell’opera rimane forse proprio san Maurizio. La sua figura attraversa il libro come un simbolo potente: un santo nero venerato da imperatori bianchi, un africano trasformato in difensore dell’universalità cristiana e imperiale. La sua storia diventa così una chiave per comprendere non solo le contraddizioni del Medioevo, ma anche quelle del presente. In conclusione, Il santo, l’etiope e il diavolo. Avere la pelle nera nel Medioevo è un’opera di grande valore storico, civile e culturale. In un tempo segnato da nuove tensioni identitarie, da paure collettive e da un ritorno di linguaggi discriminatori, questo libro ci invita a guardare alle radici profonde dell’odio e della diffidenza verso l’altro, mostrando come esse nascano spesso dalle parole, dalle immagini e dalle rappresentazioni culturali prima ancora che dalla politica. È un saggio necessario, scritto con intelligenza e sensibilità, che aiuta a comprendere come l’idea dell’“altro” sia stata costruita nei secoli e come possa, ancora oggi, essere decostruita attraverso la conoscenza storica. Un libro che parla del Medioevo, certo, ma che in realtà interroga direttamente il nostro presente.
Sinossi:
Come è accaduto che un santo africano sia diventato il protettore del primo imperatore sassone? Nella cattedrale di Magdeburgo si trova la tomba di Ottone I, simbolicamente protetta da una statua di san Maurizio, rappresentato con la pelle nera e i tratti somatici di un africano subsahariano. Quando Ottone I scelse san Maurizio come protettore dell’impero sapeva quale era il colore della sua pelle? Cosa significava essere «nero» ed essere africano per un sassone come Ottone? Attraverso la storia di questo santo e delle sue rappresentazioni, Giuseppe Albertoni ci guida nella comprensione del rapporto tra colore della pelle e percezione dell’altro nel corso del medioevo e ricostruisce l’immagine che l’allora Europa cristiana si faceva del mondo.
L'autore:
Giuseppe Albertoni insegna Storia medievale nell’Università di Trento. Per il Mulino ha curato l’«Introduzione alla storia medievale» (con T. Lazzari e S. Collavini, nuova ed. 2020) e ha pubblicato «L’elefante di Carlo Magno. Il desiderio di un imperatore» (2020).
Dettagli:
Autore: Giuseppe Albertoni
Anno di pubblicazione: 2026
Editore: Il Mulino
Formato: Brossura
Lingua: Italiano
Pagine: 248
ISBN: 978-88-15-39584-9




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