Il Purgatorio : un approfondimento

 Il tempo della pena, l’individuo e la comunità,
 i gesti del Purgatorio
 , l' exemplum didascalico
e il trionfo del macabro nell'arte



"E canterò di quel secondo regno
dove l'umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno"


Dante, Purgatorio, I, 4-6 



Illustrazione di Gustave Doré per il Purgatorio dantesco





In  un precedente articolo,  ho già parlato del Purgatorio e delle motivazioni che portarono alla sua ideazione e concretizzazione. Abbiamo detto che tal idea , che trova spunti diretti e indiretti nelle Sacre Scritture, a cui fecero in primis riferimento Sant’Agostino e Gregorio Magno, suoi “padri”, prenderà  corpo e verrà  canonizzata tra la metà del XII e il XIII secolo tramite un complesso e sistematico lavoro di strutturazione ben architettato dalla Santa Sede e dai suoi teologi.
Ho scritto questo secondo articolo dedicato al medesimo argomento spinta dalla voglia di comunicarvi degli  importanti spunti  di riflessioni lasciatici dal grande medievista J. Le Goff   per capire alla base , come fonti iniziali , mentalità e immaginario medievale.

Abbiamo detto che il Purgatorio, ormai strutturato dalla Santa Sede, è inteso come luogo di purificazione delle pene , una sorta di carcere ultraterreno, un luogo di espiazione e pentimento che la Chiesa non mancò di definire, assieme alla natura transitoria, alla stregua dell’Inferno per le pene e i castighi a cui i rei, in  attesa di completare l’opera di espiazione , erano in ogni caso  sottoposti. Quindi, per farla breve, quando la Chiesa capì che per la natura del peccato o le condizioni di morte del peccatore si potesse espiare quella colpa specifica dopo la morte, ecco che il Purgatorio prese vita. 
Ma quanto tempo serviva per potersi  liberare di queste colpe e uscire da questo luogo di espiazione?
Le colpe , a seconda della loro gravità , potevano avere un primo processo di remissione in vita, in una sorta di purgatorium praesens, per poi continuare nel  Purgatorio  ultraterreno  oppure potevano essere purgate nell’ottica del Giudizio Finale direttamente scontate in quel tempo intermedio che intercorre fra la morte del reo e il Giudizio stesso. Infine, molto importanti  per abbreviare la permanenza dell’anima purgante in questo luogo di dolore, erano le preghiere dei vivi. Da ciò capiamo e ribadiamo non solo la  misurabilità del tempo in Purgatorio in virtù della sua permanenza  temporanea ( non eterna come valeva per il  Paradiso o l' Inferno) , in merito insomma al suo essere  un luogo di passaggio che avvalorò nei teologi del XIII secolo il dibattito sulla visione beatificata in relazione alla gravità delle pene da scontare in Purgatorio. E come giustamente il cistercense Cesario di Heisterbach (1220 circa) ci narra nel Dialogus miraculorum la privazione della visione beatificata corrisponde al livello zero del Purgatorio. E questo é attestato dallo  stesso Cesario nel suo scritto poiché nella sua descrizione, non é raro imbattersi  in  personaggi troppo cattivi per quel Regno Intermedio ma che avevano comunque, anche solo intimamente, espresso una blanda idea di pentimento. Ed era proprio sulla proporzionalità della pena che nel 1226  insisteva Tommaso d’Aquino, evidenziando il problema non solo della permanenza temporale in Purgatorio ma anche dei rapporti temporali tra l’Aldilà e il mondo terreno : se i morti purganti , presentandosi ai vivi avevano l’impressione di essere stati in Purgatorio per un tempo consistente, questa cosa non valeva per i vivi a cui facevano visita che avevano una visione del tempo diversa rispetto alla percezione ultraterrena dell’anima di turno. Fu Alessandro di Hales, francescano , filosofo e teologo inglese, studioso delle teorie di Euclide, che spiegò questa diversità temporale tra i due mondi : divergenza che  non era di natura aritmetica e che pur con le dovute diversità , faceva correre su due binari paralleli i due mondi data  la  percezione diversa del tempo per i vivi sulla Terra e per i  morti nell’Aldilà .
La vera novità di questo Regno di Transizione, come ci suggerisce Le Goff, é che qui il tempo diventa individuale in base alla vita e alle responsabilità diverse che gravano su ogni singola anima. É quello stesso tempo può essere allungato o abbreviato in virtù delle indulgenze ( emanate nei confronti dei morti da Bonifacio VIII durante il Giubileo del 1300) o più semplicemente delle preghiere dei propri familiari, dei più stretti parenti come figli o mogli rimaste vedove creando una comunità solidale atta alla preghiera nel tentativo di scagionare quanto prima l’anima del caro in Purgatorio.Questo aspetto é per esempio ben espresso in alcuni passi del grande Alighieri  nei quali, dimostrando grande sensibilità verso la situazione in Purgatorio, fa invocare agli abitanti della montagna preghiere in nome di un parente, di una famiglia o di una città. Ancora, ritornando  al nostro Cesario di Heisterbach e al suo racconto é proprio la vedova dell’usuraio di Liegi , con le sue preghiere a liberare l’anima del marito defunto dalla prigionia in Purgatorio. Molto fece anche la predicazione sotto forma di un tipo di libello definito  exemplum  ( aneddoto di matrice greco - romana) garante della giusta  didattica nell’ottica della predicazione e  conversione delle comunità.


Owen al Purgatorio di San Patrizio, Lione 1506


Abbiamo in precedenza parlato dell’importanza delle preghiere dei vivi per  i loro defunti alle prese con questa remissione temporanea  tra diavoli ed esseri infernali. Insomma, il Purgatorio non era assolutamente un luogo di piacere ma, anzi, per quanto temporaneo , di dolore e pentimento. A questo proposito, vorrei raccontarvi in breve l’interessante contenuto del Purgatorio di San Patrizio una opera scritta intorno al 1190  dal monaco Enrico di Saltrey narrante una avventura basata su una antica credenza irlandese : l’esistenza dell’isola di Station Island situata al centro del lago Lough Derg ( Il Lago Rosso) nel nord dell’attuale Irlanda . Questo é il primo trattato in cui si parla esplicitamente di Purgatorio come luogo separato dall’Aldilà. Il suo autore lo  ha redatto  largamente influenzato dall’Apocalisse di Paolo. Scritto  in latino, poi tradotto in  francese e poi in varie lingue volgari dal  XIII secolo in poi , è oggetto di studio non solo per il tema estremamente nuovo e accattivante ( la discesa in Purgatorio del cavaliere Owein e la sua miracolosa risalita in nome di Cristo) ma perché soprattutto San Patrizio la utilizzò per convincere gli irlandesi scettici sulla assoluta verità del pentimento , insistendo sulle pericolose atrocità  del Purgatorio. Owein, il protagonista della storia , é un cavaliere forte che, a scapito dei più deboli, non cede alle lusinghe demoniache e riesce ad affrontare con coraggio ogni prova alla quale i demoni lo sottopongono semplicemente affidandosi al nome di Gesù, invocandolo anche quando sta per essere buttato nella bocca dell’Inferno...Cosa che, proprio  in virtù dell’invocar Cristo, non accade. Il Purgatorio descritto da Enrico é popolato da anime di entrambi i generi ( femminile e maschile),  pullula di demoni che tra grida e urla torturano i penitenti immergendoli in recipienti pieni di metalli in ebollizione, mettendoli in croce, torturandoli con chiodi , con irruenza e con il tipico gesticolare diabolico, trapassandogli la lingua, tra odori fetidi e spettacoli terrificanti. Di solito, nell'arte , questo gesticolare è osceno ed esagerato in contrapposizione al modus operandi più mite e pregno di contegno dell'iconografia cristiana. Del resto fu lo stesso Sant'Ambrogio a sottolineare l'esempio per eccellenza, quello della Vergne che "stava eretta presso la croce del figlio e contemplava il maririo del suo unigenito." A questo proposito il Santo, continua dicendo "  leggo nel Vangelo che essa stava eretta, non vi leggo che piangesse." Il lamento funebre, la nudità ( specie se femminile associata al meretricio), i gesti esagerati espressi tramite capigliature scarmigliate o espressioni distorte , ricordo dei lamenti funebri pagani, furono ben presto attribuiti anche e soprattutto al mondo demoniaco, ai servi di Satana. 
Permettetemi una piccola digressione a proposito: il  dolore cristiano sarà per molti secoli, almeno fin proprio al XII secolo,  demandato non  alle espressioni del volto ma alla gestualità: i gesti esprimevano  dolore  come la mano sulla guancia, le braccia sollevate o le mani che serrano l'una con l'altra, le  mani poste sul volto ( o che lo coprono) , le  braccia rigide e alzate o allargate, fino a gesti molto più palesi come strapparsi capelli o vesti. Del resto,  fu lo stesso Leonardo, vissuto tra la fine del Medioevo e i primi dell'Umanesimo rinascimentale,  a descrivere l'arte proprio come "una poesia muta" che demanda alle espressioni o, in questo caso ai gesti , i moti dell'anima
Prima di tornare alle avventure del nostro Owein, mi sembra infine   doveroso proporvi due esempi di dolore tra il sacro e il profano.


Cristo crocifisso tra Maria e san Giovanni Evangelista , gruppo ligneo 1170 - 1180,
Bologna, San Pietro.


Partiamo dal sacro: quello che vedete in foto qui sopra ,  è un gruppo ligneo  composto da Cristo tra la Madonna  e san Giovanni Evangelista . Tra le varie  figure è davvero suggestiva quella della Madonna: volto inespressivo da cui nulla traspare ma il cui immenso dolore dato dalla  perdita del figlio è concentrato nella forza con la quale con una mano si stringe il polso dell'altra.


 Giudizio universale, i dannati ( lussuria , coppia in basso a sinistra) , particolare del timpano
di Sainte- Foy, Conques, 1130 circa.


Ed ora passiamo al profano, ma solo perché parliamo di peccatori, anch'essi, ovviamente gravati dal peso del dolore. La raffigurazione in questione proviene da una delle Abbazie più importanti e famose nel panorama artistico medievale. Infatti, si tratta di un interessante particolare proveniente dal timpano  di Sainte - Foy a Conques. Focalizzate la vostra attenzione sulla coppia in basso a sinistra dello spaventoso demone centrale, ovvero Satana in persona. I due sventurati,  incatenati,  sono consegnati al Signore delle Tenebre da un demonio di  minori dimensioni.
I prigionieri simboleggiano la lussuria e, forse, secondo gli studi della storica Chiara Frugoni, dovrebbero far riferimento ad una  coppia realmente esistita e dai costumi poco esemplari: Ettore, signore di Belfort e la sua amante . Il signorotto, sposato e con figli, secondo quanto riportato dallo scrittore Bernardo d'Angers nel Liber miraculorum Sanctae Fides (1., IV, 16, pp. 203 - 204)  non avrebbe avuto alcuna remora nel corteggiare apertamente  la sua amante provocando uno scandalo di doppie dimensioni perché, oltre all'esser già maritato e con prole,  avrebbe compiuto apertamente tal atto proprio nel giorno consacrato a Santa Fede! L'uomo passò il resto della sua vita in miseria e miserevole, in compagnia dell'amante, sarebbe stato anche il suo destino ultraterreno, incatenato all'amante,  poiché entrambi rei di lussuria. Il dolore è tutto concentrato nel gesto della donna : l'afferrarsi il polso di una mano con l'altra.  

Dopo questa digressione sul significato della gestualità nell'arte medievale,  torniamo a noi, al nostro Enrico di Saltrey, alle avventure in Purgatorio del cavaliere irlandese  Owein ben descritte nel Purgatorio di San Patrizio (1190 circa). Il cavaliere per libero arbitrio discende in questo mondo di pentimento tramite tortura , un mondo fatto di lande immense, diventando inizialmente zimbello dei demoni che lo urtano, lo trascinano di peso con brutalità almeno fino a quando , pentitosi, non si raccomanda a Cristo e, da quel momento in poi, saranno gli stessi demoni a lasciarlo andare chiedendogli addirittura “ quid ibi stas?" cioé “cosa ci fai qui?” ormai totalmente impotenti nel manipolarlo, poiché oramai Owein, benedetto dal perdono di Cristo é libero di ritornare sulla Terra,  non più soggetto ai gesti demoniaci delle creature incontrate. Come abbiamo potuto osservare proprio dall'immagine relativa all'Abbazia di Sainte - Foy a Conques, l'immagine dei demoni che Owein avrà potuto vedere , non sarà stata poi così diversa da quella  traumatica e spaventosa osservata dalla coppia di lussuriosi: diavoli che si contorcono, che immobilizzano, che trafiggono le carni , che immergono le anime in calderoni ricolme di metalli liquefatti e bollenti . Ciò rimarca l'idea di Purgatorio che la Chiesa ha voluto inculcare nell'immaginario medievale  comune: non un posto di meditazione ma di remissione dei peccati a suon di punizioni e torture, un luogo, al di là delle dovute differenze,  sicuramente non più rassicurante dell'Inferno. 
L'avventura del nostro Owein,   unita alla possibilità per le anime Purganti di poter comunicare con i vivi, presentandosi ad essi,  si ricollega ad una  interessantissima tematica delineatasi a partire dal XIII secolo ovvero l'incontro dei tre vivi con i tre morti, narrato in vari poemetti  francesi destinati ad uso privato  ( aventi sempre tematica sacra) , illustrato in diverse miniature. A seconda dei casi,  i defunti,  ridotti a grotteschi scheletri più o meno aggressivi , possono aver contatto con i vivi sul suolo terreno. Questa tematica nasce dalla impossibilità per il singolo devoto di accettare l'ineluttabilità della fine , il dolore di abbandonare l'umana esistenza.

 Un ultimo tema va sottolineato a proposito del Purgatorio, essendone diretta conseguenza : il Trionfo del Macabro e della Danza Macabra , cronologicamente successivi all'incontro dei tre vivi con i tre morti che, in altri contesti non italiani, avevano destinazione e  ragion d'essere differenti.
Per far sua tal tematica in modo coerente, in Italia,  la Chiesa fu costretta alle dovute innovazioni  : nel Camposanto Monumentale di Pisa, Buonamico Buffalmacco realizzò  La scoperta dei tre morti alla presenza dell'eremita, un grande affresco realizzato intorno al 1343 circa. Gli elementi di novità introdotti dalla Chiesa nel nostro paese sono:  i tre morti nelle bare ( in diversi stati di decomposizione) e l'eremita che fa da tramite nel dialogo tra i vivi e i morti. Fu proprio in virtù di questo personaggio che la Chiesa cercò di far sua questa tematica nata inizialmente come profana. 


Buonamico Buffalmacco, La scoperta dei tre morti alla presenza dell'eremita, Pisa, Camposanto monumentale, 1343 circa.


Abbiamo in precedenza sottolineato più volte che la Chiesa promosse una vera e propria opera di  creazione e strutturazione del Purgatorio,  finalizzata ad inculcare nel fedele quello stesso sacro timore che egli nutriva per l'Inferno. Il Purgatorio era un carcere ultraterreno con tutti i patimenti , i dolori e  le torture di sorta che nulla aveva da invidiare all'Inferno ma dal quale si differenziava per via di quei fattori temporali ( non era un luogo eterno, essendo un carcere soprannaturale la cui pena poteva essere ridimensionata dalle preghiere dei cari in vita ) e di quelle dinamiche ( il poter mettersi in contatto con i congiunti terreni ) di cui prima parlavamo . Ovviamente la Santa Sede per rimarcare nelle menti e nell'immaginario di ogni fedele questo basilare concetto , dovette attuare una sapiente strategia : in primis dovette venire a patti con qualcosa  che  mai avrebbe immaginato di dover considerare. Per secoli la Chiesa  aveva predicato al buon fedele di interessarsi solo  della sorte ultraterrena dell' anima, concentrandosi poco sulla fine materiale del corpo che ora fu costretta a prendere in considerazione. Il discorso non verteva  più solo sull' "aldilà" ma anche sull' "aldiquà" , sulla paura di lasciare i beni terreni, la propria esistenza , destinata a svanire, come un inganno. Ed è per questo che, dopo aver riflettuto sulla caducità della vita, la Chiesa invitò tutti a concentrarsi sull'anima e la sorte di quest'ultima post mortem. L'idea della morte come disfacimento , seppur espressa  nell'opera di Buffalmacco o, in generale nella tematica dei vivi che incontrano i morti, non esplicita ancora l'identità futura ( o meglio, il destino futuro) del  vivo che  un giorno sarà identico a quel corpo in putrefazione nella bara .
Tale dinamica è invece trasparente nella raffigurazione della Danza Macabra , una grottesca parata raffigurante personaggi vivi ( di varia estrazione sociale ) rappresentati con l'equivalente di se stessi da morti ( lo scheletro con cui procedono in coppia ). Si tratta di una tematica affascinante : osserviamo ad esempio la celebre Danza Macabra di Giacomo Busca, realizzata nel 1485   in seno alla ambiziosa raffigurazione del Trionfo della Morte 
per l'Oratorio dei Disciplini  a  Clusone ( in provincia di Bergamo).

Giacomo Busca, il Trionfo della Morte e la Danza Macabra, Clusone (Bergamo),
Oratorio dei Disciplini, 1485


Nell'opera del Busca, la Morte vince su tutto : non ci sono offerte di denaro o di preziosi che possano corromperla perché si tratta  è un destino comune,   valido per il povero così come per il ricco. Proprio per tal motivo, questo  tema assunse  specialmente  nei paesi d'Oltralpe  una forte carica di denuncia sociale. In ultimo è bene sottolineare un importante dettaglio . Abbiamo detto che la  Chiesa , giunta a patti con il cambiamento di mentalità e la raffigurazione del macabro in nome dell'imporsi della speranza di salvezza offerta dal Purgatorio, decise volontariamente di spegnere ogni gioia ultraterrena. Conseguenza fu la  negazione della raffigurazione del Paradiso per rafforzare il monito sulle colpe terrene, A questo proposito, vi invito ad osservare la  tavola realizzata da Giovanni di Paolo ( 1420 circa), che ben incarna questa precisa volontà pastorale. L'opera è oggi esposta a Siena, nella Pinacoteca Nazionale e , sotto un ideale dittico cuspidato al cui centro troneggia  la colomba, simbolo dello Spirito Santo, spicca  sulla destra Cristo giudice, circondato da angeli muniti  di trombe. In basso, una piccola figuretta alata: trattasi dell'Arcangelo Michele posto tra i due regni dell'Inferno e del Purgatorio situati a livello di quella stessa terra sulla quale, l'altra raffigurazione di Cristo ( sulla sinistra) poggia i suoi piedi insanguinati. Del Paradiso, come possiamo notare, nessuna traccia,  in nome di quelle ragioni pastorali spiegate in precedenza. 

Giovanni di Paolo, Cristo in terra e in cielo, Siena, Pinacoteca Nazionale, 1420 circa.









Bibliografia:

B. Pasquinelli, Il gesto e l'espressione, cap V, pp. 156 - 191, Mulino Electa , 2005.
C. Frugoni, La voce delle immagini. Pillole iconografiche del Medioevo, Cap I, pp. 3 - 4 , 85 -98 , Einaudi, 2010.  
C. Frugoni, Paure medievali. Epidemie, prodigi, fine del tempo, cap. I, pag 70,  il Mulino, 2020 
J. Le Goff, Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale, pp. 53- 61, Laterza, 2007.
J.Le Goff, L’Immaginario medievale , cap. V - VI, pp.100 - 121, Laterza, 2007.


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